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Reagire al declino del Paese Ŕ un dovere

01/11/2013

L’Istat ci informa che, in Italia, gli occupati sono diminuiti di 80 mila unità nell’ultimo mese, e di quasi mezzo milione nel corso dell’anno. Ci informa inoltre che si riduce ulteriormente il tasso di occupazione che si attesta a circa il 55%. Rispetto alla popolazione attiva lavora circa 1 italiano su 2, rispetto a quella complessiva 1 su 3. Sono 3 milioni e 200 i disoccupati, oltre 6 milioni se si considerano gli scoraggiati, ovvero gli inattivi che hanno smesso di sperare in un lavoro. Aumenta il tasso di disoccupazione giovanile, sempre sopra il 40%.

I fenomeni di povertà, nel nostro paese, si diffondono e diventano più acuti. La nostra economia fa segnare ricorrenti e pericolosi segni meno, sia sul PIL che sull’andamento dei consumi. La scelta fatta nel disegno di legge di stabilità, da parte del Governo, continua ad essere quella di contrarre la spesa pubblica, compresi gli investimenti, di perseguire la riduzione in valore assoluto del disavanzo, nella pretesa di aggredire, anche a costo di colpire sviluppo sociale e crescita economica, un debito pubblico che purtroppo aumenta sistematicamente.

Una scelta di questo tipo colpisce profondamente le realtà più deboli, tanto che i tassi di disoccupazione e i parametri negativi dell’andamento economico si registrano in modo assai più significativo nelle regioni del mezzogiorno e in Sardegna. Nella nostra Isola la disoccupazione vola verso il 20% . Siamo un Paese in declino, dove la differenza tra ricchi e poveri si allarga smisuratamente, come si aggrava lo squilibrio Nord /Sud, e si smantella a impressionante ed inesorabile velocità la capacità produttiva, soprattutto quella industriale, in modo particolare nelle Regioni considerate periferiche.

Non si può più assistere a questa pesantissima situazione senza reagire. Senza imporsi, tutti noi, l’esercizio più alto del senso del dovere, ovvero della partecipazione alla costruzione delle condizioni necessarie per una vera consistente e duratura Rinascita. Questo vale per l’Italia, ancora di più per la Sardegna.

Intendo che ognuno di noi che esercita funzioni pubbliche deve misurare il proprio impegno, la propria attività, le proprie aspirazioni, in ragione di quell’obiettivo, ormai diventato ineludibile. Il crollo economico, la disgregazione sociale, il collasso delle istituzioni democratiche sono un pericolo vero, ormai una probabilità tragica.

Tutto ciò non tollera più il cinico egoismo delle pretese individuali, della conservazione e della moltiplicazione dei privilegi per pochi, della mancanza di trasparenza e di sincerità in chi ha la responsabilità del governo politico, o della economia e della finanza, o del funzionamento della macchina pubblica, della gestione materiale dei servizi destinati a cittadini e Comunità .

Per questo la scelta, che appartiene a tutti noi, di coloro che deleghiamo a gestire il bene comune, deve essere consapevole e sapiente. Perché non possiamo sbagliare.

Infine la solidarietà, che è anche principio fondamentale declinato nella Costituzione Repubblicana, oggi in modo particolare, non può considerarsi opzione facoltativa, ma obbligo morale, anche quando non è comportamento regolato da norma giuridica.